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(un taxi fra l'intimista e il sociale)

Un film per la verità

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Quello dell'11 settembre è uno dei temi ricorrenti di questo blog, e non potrebbe essere altrimenti, visto che sono del tutto convinto che intorno agli atroci eventi di quella giornata sia stata costruita la più grande menzogna mai raccontata, che le prove di ciò siano al di là di ogni ragionevole dubbio, e che a tutt'oggi l'appassionato lavoro di ricerca e diffusione delle relative informazioni, svolto da un variegato gruppo di persone sparse nel globo, sia ancora lontano dal risultato di convincere di questo l'opinione pubblica mondiale.

Dedicai un post, il 19 settembre 2006, ad un importante convegno internazionale sull'argomento svoltosi due giorni prima a Bologna. Fu in quell'occasione che venni a conoscenza di quelle prove, che mi lasciarono sbalordito per quantità ed incisività.
Poi seguii con interesse la realizzazione del film e del libro sull'argomento realizzati da Giulietto Chiesa, intitolati entrambi "Zero". Con altrettanto interesse seguii la vita di quel film: appresi con molto piacere della sua proiezione nell'ambito dell'ultima Festa del Cinema di Roma; venni a sapere che non si era trovato un canale di distribuzione ufficiale e che quindi la diffusione era affidata al volontariato delle associazioni interessate, e tenni d'occhio il relativo calendario, finchè non è giunta anche per me l'occasione di vederlo.

Sabato scorso, con buon anticipo sull'orario della proiezione, un taxi guidato da un mio collega ed amico viaggia alla volta di Lugo di Romagna.
Ma quant'è bello, una volta tanto, farsi un giro in taxi senza guidare (e con il tassametro spento !), tanto più se, oltre ai nostri due, anche gli altri tre posti in vettura sono occupati e la compagnia è proprio delle migliori.

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Il centro di Lugo ci accoglie con una certa desolazione, amplificata dalla nebbia.
Ma le pizze sono buone, e il pensiero di fare tardi all'appuntamento verrà smentito dalla saletta ancora vuota a pochi minuti dall'orario ufficiale. L'ambiente riporta tanto agli anni ormai lontani del famoso grido di Morettiana memoria: "No, il dibattito no !".

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Piano piano, comunque, la sala si popola.
La presenza di Giulietto Chiesa non è prevista. C'è invece un giovane sceneggiatore del film, Paolo Jormi Bianchi, che stabilirà un breve ma apprezzato contatto telefonico con lui.

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E poi si parte con la proiezione.

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Un'ora e tre quarti di immagini, voci, memorie, impressioni, didascalie, commenti (anche di personaggi molto noti: fra i tanti, Dario Fo, Lella Costa, Moni Ovadia); il tutto senza cali di tensione, con un ritmo che non concede tregua.

Personalmente qualche acquisizione nuova rispetto a quelle del convegno di Bologna, come ad esempio che diversi dei piloti kamikaze indicati tuttora dalle liste ufficiali sono vivi e vegeti. Ma anche un po' di delusione nel vedere trascurati alcuni particolari che mi colpirono allora (fra i quali l'ordine di evacuazione delle torri un paio di giorni prima degli attentati, che avrebbe permesso la sistemazione dell'esplosivo; la chiara immagine degli "sbuffi" di fumo, come per esplosioni controllate, in vari piani delle torri poco prima del crollo).

Comunque resta l'impressione di un film importante da vedere e da diffondere, come la verità miseramente calpestata su quella terribile giornata.
Ieri una proiezione del film è stata effettuata niente meno che alla sede di Bruxelles del Parlamento europeo, di cui Giulietto Chiesa è uno dei rappresentanti.

Lo stesso giornalista piemontese è stato recentemente ospite in tv di Corrado Augias. L'intervista, lunga circa ventisei minuti, si può rivedere quima forse ancora più interessante è il commento successivo dello stesso Giulietto Chiesa.

 


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L'immagine iniziale è tratta dai siti:
http://www.territorioscuola.com/wikipedia/?title=Giulietto_Chiesa
http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=4192&mode=thread&order=0&thold=0

Città e ricordi

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Ho passato una ventina d'anni della mia vita adulta in una situazione un po' inconsueta, quella del pendolare settimanale, risiedendo cioè nella mia città natale solo durante i fine settimana.
Senza staccarmi mai dalle radici originarie, ho avuto così la possibilità, per non dire la necessità, di abitare e di vivere altrove. Con buona approssimazione, e scartando qualche periodo intermedio (fra cui un'assurda trasferta in Sardegna, che meriterebbe un dettagliato racconto a parte), le mie 'altre' città sono state tre, con una curiosa progressione di durata temporale: due anni e mezzo a Vicenza, cinque a Milano, dieci a Padova.

Lo scrigno della memoria è pieno. Ogni città conserva nel mio cuore il suo denso groviglio di luci, episodi, persone, situazioni di vita lavorativa e non, stati d'animo, il tutto legato al mutare, e al maturare, dell'età: vent'anni della propria esistenza sono tanti.
Ma aprire quello scrigno, cercare di raccontare qualcosa di quelle luci e di quegli episodi, mi costa una tristezza che assomiglia molto al dolore.
Ci sarà certamente un po' di nostalgia, quella che accompagna ricordi ogni giorno più lontani.
Ma c'è qualcosa di più, che deriva dal connotato principale del mio cammino di tutti quegli anni, per non dire di tutta la mia vita: l'impegno costante e sofferto per conquistare condizioni di emancipazione, insomma del mio principale valore-guida, la libertà. Solo con questa motivazione di fondo, che ha avuto la sua massima realizzazione quando ho deciso di cambiare mestiere e di tornare a tempo pieno nella mia Bologna, ho potuto accettare, sopportare, ed attribuire un significato e un valore unico e personale, ad una vita estremamente sacrificata.
Perchè, oltre alla doppia residenza, che solo chi la prova può capire quante energie risucchi e prosciughi, il prezzo da pagare per una persona molto timida ed insicura in pubblico (anche se ben cosciente delle sue capacità fondamentali), negli ambienti di lavoro più o meno sempre esasperati, spietati, soffocanti, in cui si svolge l'attività di un esperto di dati e applicazioni informatiche bancarie (o presunto tale, o spacciato per tale, o "reso" tale), è un prezzo altissimo, mitigato solo da qualche piccola affermazione di gruppo o personale (ma non sempre), e (più spesso), dal normale avvicendamento dei progetti, mediamente una volta all'anno.
Per farla breve, forse per me quei ricordi hanno, in piccola parte, lo stesso retrogusto che può provare un ex-detenuto che ripensi agli anni del carcere.

Mi assale un dolore acuto, se ripenso alla piccola palestra di via Molino delle Armi a Milano, singolarmente a due passi dal mio residence di corso Italia, dove mi iscrissi al corso di balli sudamericani, salsa e merengue, per quei tempi di assoluta avanguardia, a quel gruppo di persone di varia estrazione desiderose di distrarsi e divertirsi, e a quel po' di sottile complicità che si instaurava anche grazie agli spogliatoi promiscui. E chissà che fine ha fatto Nicoletta, la mia compagna fissa quando si ballava in coppia. C'era molto feeling fra noi, e un gioco di seduzione neanche troppo nascosto nel contatto delle nostre mani durante le danze; snella, biondina, parlava di una sua figlia già grandicella per una mamma così giovane, forse nessun compagno, e un impiego da giornalista finanziaria nella rivista 'Class': "Vienimi a trovare, una sera in ufficio". E io, pirla, che non ci andai mai. Si può essere più deficienti?

E poi cosa ricordare, che cosa estrarre da quello scrigno?
Niente, niente, ho pietà di me. Solo un episodio molto tenero risalente niente meno che al primo giorno di quei vent'anni di trasferta.
La sera, a Vicenza, mi presento con la mia borsa all'albergo che ho prenotato, e il portiere mi fa:
"Tsedequàeo ?".
"Come dice ?".
"Tsedequàeo ?".
"Scusi non capisco".
E lui, più forte, più scandito: "Tsedequàeo ?".

Saremmo potuti andare avanti tutta notte, se una improvvisa illuminazione non mi avesse fatto tradurre in una richiesta sulla mia provenienza: "S'è de qua, eo?" (E' di qua, lei ?), quella intimazione, proveniente da un'ormai remota sera, da un remoto angolo del profondo Nord-Est...

 

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Immagine tratta dal sito:
www.bed-breakfast-italy.com

M'illumino di mensa

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Nell'ultima puntata della 'mensanovela' avevo narrato la mia raccapricciante scenata prima con la cassiera, e poi con gli impazienti ferrovieri in coda, a causa degli sconti previsti ma mai applicati.
Dato che non sembra ma sono un tipo battagliero, ho aspettato gennaio per fare le nuove mosse, una volta verificato il rinnovo della convenzione con la mia cooperativa tassisti.
Una email che scrissi ad inizio anno all'ente gestore (il Dopolavoro Ferrovieri) non ebbe alcuna risposta.
Fu invece la giovane e assai gentile segretaria che si occupa da noi di queste cose, a mostrarmi gli estremi dell'avvenuto rinnovo: con sei euro un pasto standard, comprendente un primo, un secondo, un contorno e una bottiglietta d'acqua.

In fondo, ho pensato, quando la cassiera mi diceva che la frutta non era contemplata, non aveva tutti i torti, e avrei fatto meglio a non scompormi. Ma il problema è nei modi: se mi si rivolge la parola non dico senza un sorriso, ma addirittura facendomi sentire come la causa principale dei mali dell'universo, c'è una parte di me che non ce la fa a mandare giù.

Armato delle nuove informazioni, mi presento qualche sera fa deciso a rivendicare finalmente i miei diritti, e ad informarmi, comunque, sulla possibilità di varianti, come ad esempio che cosa succede se prendo due primi.
Mi sento bello carico, lancia in resta; e vedo subito che alla cassa c'è la signora mora che mi rifornisce sempre di quelle preziosissime monete da un euro, utili per dare il resto ai clienti, e che finiscono sempre per scarseggiare. In pratica, un'amica: sarà una passeggiata.

Devo essermi dato troppa carica però, forse a causa delle vicende passate, forse chissà perchè.
Fatto sta che trovo subito da lamentarmi con l'addetta alla preparazione dei piatti, sulla porzione di risotto troppo scarsa.
Di malavoglia ne aggiunge un altro po'.
"Poi cosa desidera ?".
"Beh, prenderei anche la zuppa di verdura".
"Ah, di questa posso dargliene quanta ne vuole", e mi riempie il piatto fondo, fino all'orlo, del bollente liquido.
Con molta cautela afferro il piatto con due mani e lentamente lo poggio sul vassoio prima di continuare la passerella gastronomica.

Una volta davanti al comparto frutta, mi dico: visto che sono già fuori standard, perchè non concedermi anche il famoso 'pomo della discordia', la mitica mela che, evidentemente, continua a tentare donne e uomini.
Ed è lì, un po' in alto, una bella e gialla gold, di taglia XXL, chissà se c'entra la bioingegneria, che mi guarda e dice prendimi.

E io la prendo.
E mi sfugge di mano (...l'inconscio ?).
E cade in tutta la sua rotonda e gialla prestanza.

Ed io invoco lo spirito di Isaac Newton: lui certamente mi saprebbe dire quante probabilità ci sono che una grossa mela che cade centri un vassoio che passa.
E soprattutto, quante probabilità che, all'interno del vassoio, la grossa mela centri un piatto fondo traboccante di zuppa di verdura bollente.

Fu come un'esplosione termonucleare. Ancora oggi mi sembra di avvertire il calore sul bacino colpito dall'onda anomala, ancora adesso avverto il fastidio di tutto quel liquido caldo e untuoso, addosso, sui pantaloni, sulle maniche del maglione, sul vassoio, sulla guida per lo scorrimento, sul pavimento, sulla vetrina della frutta, sul sacchetto di cellophane della pagnottina, sulla buccia della mela tentatrice e colpevole.

Sarà lo smacchiatore schiumogeno, che non può mancare nel corredo di un tassista, a completare l'opera di pulizia, e nel parcheggio dell'entrata Est della stazione qualcuno avrà pensato che quella impalpabile schiuma bianca, sopra una così ampia zona del mio corpo, fosse uscita da un estintore, magari venuto a salvarmi da un insano gesto tipo torcia umana.

In fondo, quel qualcuno forse avrà voluto dirmi, per rivendicare un pasto a sei euro non c'era bisogno di ricorrere ad atti così clamorosi.

15 febbraio 2008: le luci e le ombre

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Tre notti quasi insonni per l'ennesimo raffreddore, accompagnate da qualche dubbio di riuscire a partecipare alla fiaccolata, e comunque dispensatrici di inevitabile demoralizzazione.
Una email fortemente critica sulla manifestazione (ne parlo nel seguito di questo post), giuntami dalla mailing-list Decrescita poche ore prima di uscire di casa.
E così, il primo "spegnimento" della mia personale giornata del riparmio energetico, è stato quello dell'entusiasmo.

Ma, una volta fuori, le luci hanno il sopravvento nel mio stato d'animo.
Anche perchè tornare a San Luca, punto d'arrivo della corsa podistica del mattino di Capodanno, e, ora, di partenza della fiaccolata, ha per me un valore simbolico di continuità tutto particolare.

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Siamo alla quarta edizione di "M'illumino di meno", cioè della giornata del risparmio energetico inventata da Caterpillar, la mia trasmissione radiofonica preferita. Aver cercato con passione di farmici promotore, fin dalla prima, mi dà quasi l'emozione di assistere alla crescita di un bambino, nutrito dalla mia cura, così come quella di tanti altri 'genitori' sparsi qua e là, oltre che nella redazione RAI di Milano.
Ripenso al 16 febbraio 2005, primo anniversario del protocollo di Kyoto e prima edizione della festa: un tavolino illuminato da una candelona sulla grande torta offerta dalla Provincia, in una Piazza Maggiore improvvisamente, desolantemente al buio. E non più di cento persone intorno.

Il grande salto di qualità avviene proprio quest'anno, nella mia città per l'inedito impegno attribuito a questa giornata dal Comune, così come nel carattere per la prima volta internazionale che essa ha assunto. Durante la trasmissione di giovedì, l'annuncio di aver convinto l'amministrazione di Parigi a spegnere per qualche minuto, alla stregua di tutti i luoghi più simbolici d'Europa, il "bersaglio grosso", la Tour Eiffel.
E per me, non lo nascondo, un accenno di pura commozione a quella notizia, mentre partivano le note dell'inno ufficiale, eseguito dal gruppo Mau-Mau.

Due società podistiche bolognesi hanno garantito la loro presenza, e infatti a San Luca vedo ricrearsi il clima festoso delle corse amatoriali della domenica mattina, mentre viene distribuita la maglietta commemorativa

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e il fuoco per le fiaccole.

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Felicità è diffondere coralmente la luce di un'idea, camminando, correndo, scherzando, cantando, scendendo per la via e l'antico portico di San Luca;

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ascoltando con l'auricolare Caterpillar e i suoi collegamenti con tutta Italia e tutta Europa: qui a Bologna c'è una delle voci più note della trasmissione, quella di Marco Ardemagni, che verrà chiamato due volte, fra altre voci (da Vienna, da Roma, da Dublino...), a raccontare le manifestazioni bolognesi;

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riesco a scambiare qualche parola con lui, e ad immortalarlo in versione tedoforo.

 

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E si prosegue fino a Porta Saragozza

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poi verso la piazza.

 

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Lungo l'elegantissima via D'Azeglio, ormai in vista dell'arrivo, due commesse osservano incuriosite e divertite.
Ma il dialogo è impossibile: quella porta di vetro con l'insegna dei saldi è come l'invalicabile confine fra due civiltà contrapposte.

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E poi, subito dopo il festoso arrivo in piazza dei podisti accolti da un applauso, l'improvviso oscuramento delle luci.

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Ma c'è ancora spazio per molte altre iniziative, fra cui la distribuzione gratuita di lampadine a basso consumo, i giochi di luce dei mangiafuoco, e il riflettore che volteggia fra le facciate dei palazzi, alimentato ecologicamente da due pedalatori ufficiali, mentre lo storico dell'arte Eugenio Riccomini affabula il pubblico accorso ad ascoltarlo intorno al palco.

In Piazza Maggiore c'è anche un taxi, silenziosamente in sosta da parecchio tempo in un angolino in fondo alla relativa area di parcheggio.
Mentre accendo il motore, la mia mente già ripercorre le luci e le ombre di questo particolarissimo pomeriggio.

Fra tutte le ombre, ce n'è in particolare una che, come dicevo, ha minacciato di oscurare fin dall'inizio il mio entusiasmo.
Infrangendo la regola che più volte i partecipanti alla mailing-list Decrescita si sono dati, cioè di non trascrivere interi articoli rintracciabili anche per altre vie, una partecipante ha ricopiato questo articolo,
che critica duramente la sponsorizzazione ufficiale dell'evento da parte dell'ENI, ricordando le varie accuse che da tempo molte associazioni muovono all'industria italiana, che avrebbe così sfruttato una facile occasione per rifarsi una verginità pubblica.

Conosco ormai troppo bene quelli di Caterpillar, il loro approccio etico all'informazione, alla cultura e al divertimento, quanto hanno fatto a favore di associazioni come Emergency di Gino Strada e Libera di don Ciotti, per pensare che non si sia trattato di nulla più che una scivolata su una buccia di banana. Innegabile, non c'è dubbio, fastidiosa, grave, non c'è dubbio, forse dovuta a troppa enfasi nella propaganda ecologista al metano per autotrazione (di cui l'ENI è l'unico fornitore).
Le altre accuse dell'articolo, di aver accettato le adesioni all'iniziativa da altri soggetti "discutibili", non meritano neanche un commento.
Una campagna come questa non ha molti costi, in gran parte si alimenta da sè, e la trasmissione avrebbe potuto trovare sicuramente degli sponsor meno imbarazzanti.
Nel forum sul sito della trasmissione scoprirò che una discussione su questo tema, condotta con toni molto civili, era già cominciata da quasi un mese. Fra i vari interventi, anche quello della redazione in difesa delle loro scelte. Per rintracciarlo, clicca qui,
e poi ricerca, nelle pagine successive, l'argomento "no a ENI".

Mentre torno verso casa (non posso mettermi a lavorare in tuta e maglietta ricordo !), mi rendo conto di come certa intransigenza sui principi finisca per far perdere di vista gli aspetti fondamentali, relativi al mondo della comunicazione.
E così, come il solo film di Al Gore ha potuto agire sulla coscienza della gente ben più di anni di attività di tutte le associazioni ambientaliste del mondo, allo stesso modo il crescere a vista d'occhio di questa straordinaria giornata di mobilitazione non sarebbe mai avvenuta senza l'impegno di un'emittente radiofonica, e della squadra di persone che, con la loro passione e intelligenza, ci illuminano (molto) di più.

 

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Il silenzio

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L'ipnotico rumore della ventola dell'unità centrale del computer è l'unica colonna sonora di queste mie ore notturne, quando, stanco e un po' straniato dal lavoro, cerco di ritrovare me stesso nella dimensione iperreale / ipervirtuale della Rete.
Non è proprio il silenzio ma ci assomiglia molto.

Nel raccogliere la simpatica sfida "a tema" con la cara Miss Palestra, mi rendo conto dell'enormità dell'argomento e della quantità di cose che vorrei dire al proposito. Difficile più che mai lo sforzo di sintesi.

Dovevo essere un bambino sensibile, se mi sono rimaste tanto scolpite nella mente certe atmosfere e certi silenzi che amavo cogliere.
Tre volte la settimana, all'uscita da scuola andavo a pranzo dai nonni anzichè a casa mia. Finito il pranzo mi stabilivo nella camera della zia Maria, per un po' di riposo e un po' di giornalini, sull'accogliente poltrona rosa capace di contenermi tutto, prima di dedicarmi ai compiti e ad un po' di giochi con mia cugina.
Nel primo pomeriggio, andare nuovamente nel tinello dove si era svolto il pranzo aveva un fascino particolare.
I nonni erano nella loro camera per dormire un po' prima di tornare in bottega, e qui restava solo la zia Maria, seduta sulla poltroncina di vimini, anche lei assopita.
Entravo con passo felpato, e mi lasciavo rapire dal lento ticchettio dell'orologio, padrone incontrastato della scena, a cui donava un incanto tutto speciale.

In quinta elementare, poi, avevo scoperto un'altra atmosfera magica.
Quella del locale dei gabinetti dopo mezzogiorno: a quell'ora era stato già pulito dalla bidella ed emanava un forte odore di disinfettante. La cosa meravigliosa, però, era, nel silenzio, la luce soffusa che si diffondeva dai teloni già calati: erano color mattone, e nella mia scuola, come in molti altri palazzi antichi della città, facevano le veci delle imposte.
Un paio di volte incontrai la bidella e le confessai quanto mi piacevano quelle piccole fughe dalla classe poco prima della campanella.

Più grande, nell'età dei grandi fermenti di fervore religioso, scoprirò quelle vere e proprie oasi cittadine di silenzio che sono le chiese, dalla più piccola cappella alla più imponente basilica.
Non nascondo la nostalgia per quei momenti di stacco così formidabile rispetto al rumore convulso e continuo della città.
Rare volte, l'eco del rosario salmodiato da gruppi di anziane, dava alla scena qualcosa di davvero trascendentale.

Certo, amo il silenzio, da sempre, coscientemente e visceralmente. E gli sono grato, come al più grande alleato nel mio cammino di uomo che cerca da sempre di conoscere ed ascoltare sé stesso.

Forse è per questo che la mia tv è sempre spenta, e che considero una violenza insopportabile il rombo di certi motocicli, così come la pubblicità sparata ad alto volume, alla tv come al cinema.

Ma del rumore parlerò un'altra volta...


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Le candele dell'immagine, oltre a rievocare le mie antiche visite estemporanee in chiesa, servono a ricordare ancora una volta la giornata del risparmio energetico, domani venerdì 15 febbraio, con l'invito, dalle ore 18, "a spegnere le luci e tutti i dispositivi elettrici non indispensabili".
A mio parere vale la pena adoperarsi per la massima riuscita dell'iniziativa, da quest'anno di respiro internazionale.
Vedi qui.

 

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Immagine tratta dal blog:
http://celapossofare2007.spaces.live.com/

Biassanôt del duemila

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Zero gradi centigradi.
L'ultima, drastica, informazione colta dal  visore sul cruscotto, prima di spegnerlo, tirar giù la porta del garage e dichiarare chiuso un altro lunedì sera di lavoro, in quel momento già da un'ora e mezza diventato martedì.

Sentimenti stanchi e confusi, ragionamenti introversi sulla percezione di saturazione delle esperienze, che ogni angolo della città, ogni angolo della memoria è capace di rievocare. E quella sensazione di saturazione in conflitto con un indefettibile gusto del vivere, a sua volta in contrasto con il senso del limite, che si estende da quello personale, di ciò che resterà della mia vita, a quello planetario, di ciò che permetteremo di restare alla vita dell'umanità.

E, per fortuna, su tutto questo, la città, fredda e limpida nelle sue luci notturne e nei rettilinei delle sue vie radiali ben poco trafficate, e i clienti, stranamente numerosi per un lunedì notte senza fiere.

Commento la cosa con una giovane donna molto in vena di conversazione:
"Me ne sono accorta anch'io, sa, lavoro in un ristorante. A gennaio evidentemente c'è il trauma da estratto conto bancario, e si chiudono tutti in casa, delle sere facciamo fatica a fare venti coperti; poi grazie al cielo la gente si rianima".
E poi ripercorriamo, fra ricordi personali e quelli sentiti da persone più anziane, la Bologna notturna di un tempo, quella dei "biassanôt" (biàscica-notti).
"Forse tu sei troppo giovane", le dico, "per ricordarti Lamma, quella tavola calda in via dei Giudei, dopo Feltrinelli. Un bel salone grande e ben illuminato, e a qualunque ora del giorno o della notte potevi andare a mangiare un piatto di lasagne, o tonno cipolla e fagioli, a un tavolo o al banco".
"A me ha raccontato un signore che avrà ottant'anni", controbatte lei, "di un'osteria dove si mangiava pasta e fagioli a volontà, pagandola a tempo".
L'insolita immagine, proveniente da un'epoca remota, mi strappa una risata.

Un'altra cliente, pure lei in vena di chiacchiere, lamenta la vitaccia dedicata troppe ore al lavoro e al traffico sulla via di casa.
Cerco di cogliere la palla al balzo: "Gran parte dei lavori d'ufficio si potrebbero fare da casa, almeno due o tre giorni alla settimana, solo con un piccolo sforzo organizzativo, con vantaggio di tempo libero e di minor traffico". Lei mi segue con partecipazione.
"Siamo tutti schiavi, assuefatti a tutto e ormai incapaci di criticare", continuo in un raro caso di vivacità oratoria: "l'altro giorno, camminavo sotto un portico, è passato per strada un motorino con un baccano terrificante, ma nessuno ha detto niente, siamo abituati a subire". Lei mi segue, ma così così.
Quando poi sullo slancio arrivo a parlare del picco del petrolio, e che siamo vicini a una svolta epocale, e che per la prima volta l'umanità sta trovandosi di fronte al problema della propria sopravvivenza, noto che mi ascolta, che qualche cosa percepisce e condivide, ma quando poi riprende la parola lei, preferisce tornare sull'argomento del traffico.
Finisce sempre così, che mi sento come un marziano, nel fare discorsi che a me sembrerebbero di un'evidenza inconfutabile.

Un ragazzo sale davanti. Ha uno strano sguardo un po' stralunato, e un modo di parlare ancora di più, anche se con un accento vagamente sardo che fa sempre piacere ascoltare.
Cita, non ricordo più perchè, De Gasperi, attribuendogli il titolo di capo dello Stato.
Lo correggo: "era capo del governo: i primi presidenti della Repubblica, se ben ricordo, furono De Nicola ed Einaudi".
Di presidente in presidente accenno a Ciampi come uno molto amato dalla gente, anche se non ai livelli di Sandro Pertini.
"No, non mi parli di Pertini, non lo posso soffrire".
"Ma che strano, piaceva a tutti per la sua grande sincerità e nobiltà d'animo".
"Ma era di sinistra, mentre io sono per i fascisti.
L'ultima volta ho votato Fini, ma mi hanno fregato, perchè il voto è andato a finire a Berlusconi.
Questa volta ho deciso di non farmi più fregare e voterò Mussolini, l'Alessandra naturalmente".
Poi aggiunge: "I soldati di Nassirya che sono tornati sono tutti fascisti".
"A fare la guerra non vince nessuno", cerco di ribattere, "nessuna guerra è giusta, quando c'è una guerra tutti sono sconfitti".
"Ma se si viene provocati è giusto fare la guerra".
"Sai chi è che vince? Quegli schifosi dei trafficanti d'armi, solo loro".
Inaspettatamente mi dà un po' di ragione, mentre, arrivati a destinazione, mi saluta in maniera garbata.

Zero gradi centigradi, quando spengo il motore.
E il silenzio di una notte molto quieta, molto austera, finisce per avere la meglio sulle inutili conversazioni fra concittadini smarriti.


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Immagine tratta dal sito:
http://tourblog.san-lorenzo.com/category/paesaggi

Il governo del popolo

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Ci credo poco ma sarebbe proprio bello; e potrebbe costituire quel bastone di intralcio che intuivo, quella variante al romanzo di genere 'horror' già letto, e a cui vorrebbero assomigliare le prossime elezioni: "eccezione di incostituzionalità della legge elettorale", relativamente agli articoli uno e quarantotto della Costituzione Italiana.
L'ha presentata, tramite un esposto alla Corte Costituzionale, Beppe Grillo (vedi qui).

Oh come sarebbe divertente, se la spuntasse.

Se fosse facile comunicargli, vorrei, come spesso mi capita, ringraziare il nostro guru genovese per il suo instancabile operato quotidiano, e dirgli, anche se non sono poi moltissimi gli anni che ci dividono, che lo sento come un padre, e sono molto preoccupato per i guai che ogni giorno di più sembra andarsi caparbiamente a cercare; gli suggerirei, infine, di moltiplicare le strategie di attenzione verso sé stesso.

Fra i tanti spunti di pensiero che, oltre alle quotidiane informazioni, popolano il "padre di tutti i blog", ho tratto poco tempo fa lo stimolo a riflettere sul sacro dogma della democrazia rappresentativa come migliore forma di governo possibile, sulla scia delle considerazioni (da Grillo citate) del giornalista Massimo Fini, contenute nel suo ultimo saggio "Sudditi. Manifesto contro la democrazia", ed. Marsilio, di cui si può leggere un interessantissimo stralcio in questa pagina.

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Ieri, sempre restando in argomento, mi è capitato poi di leggere su un quadretto appeso alla parete di un negozio, un aforisma di Winston Churchill, quanto mai attuale, che mi ha fatto sorridere, e che trascrivo qui, a costo di passare per aristocratico e illiberale:
"L'argomento migliore contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l'elettore medio".

Ben lungi da arrivare a delle conclusioni, onestamente anche per mancanza di cultura nel campo della filosofia politica, posso comunque dire che ritengo di grande attualità ripensare ed approfondire questi temi, liberandosi da ben radicati dogmi ed ipocrisie.

Quello che mi chiedo, e che la gente dotata di coscienza dovrà molto presto chiedersi, è se il modello della democrazia rappresentativa sia uno strumento adatto alla sfida completamente nuova che si sta proponendo all'umanità, e che riguarda la salvaguardia della specie, e il cambiamento radicale dei nostri stili di vita a questo fine necessari ed urgenti.

E se da una parte mi dico che la follia di un progresso che prosciuga, distrugge e stravolge risorse ed ambiente, non l'ho certo decisa io, nè nessuno dei cinquantotto milioni di miei connazionali, e che dunque esistono poteri ben più forti di quelli che io posso esercitare tramite la delega del voto, penso poi d'altro canto che ci sono paesi molto più civili del nostro (Danimarca, Svezia, Olanda, Germania, eccetera), anch'essi in regime di democrazia rappresentativa, che si sono già dati in maniera diffusa pratiche di vita di gran lunga più attente alle emergenze ambientali che minacciano l'umanità.

Certo è comunque che non sono da solo, a ragionare su questi temi.
Negli ultimi giorni, sollecitati da una proposta fra il reale e il provocatorio, di un "partito della Decrescita", i partecipanti alla "mailing-list Decrescita"
stanno dibattendo, a suon di email, più o meno sugli stessi argomenti, e a volte con forme di progettualità visionaria a cui non siamo abituati, e che lasciano quanto meno perplessi.

Giusto per un assaggio, termino questo post linkando qui una delle lettere più interessanti.

 


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L'immagine iniziale è tratta dal sito:
www.repubblicanapoletana.it/rivoltafr.htm

C'è una strana espressione nei tuoi occhi

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Non amo la musica cosiddetta "revival"; anzi, da molti e molti anni ho un'immediata reazione di fastidio e di intolleranza al riascolto delle prime note dei successi di anni lontani, tanto più quanto più famosi e di dominio pubblico.
I nostalgici, quelli che cercano di rivivere ancora una volta sensazioni dolci nel riascolto e nel ricordo, e sono la maggioranza, non capiscono quanto immediata e incontrollabile sia a volte la mia reazione di rigetto.
E non è certamente per darmi un tono giovanilistico che il mio amore per la musica si nutre principalmente, e da sempre, di nuove emozioni, di nuove scoperte.

Ma ci possono essere eccezioni, quando mi capita di "riscoprire" la bellezza di brani classici o semisepolti nel ricordo, magari grazie all'aiuto di un nuovissimo arrangiamento che ne renda quanto mai godibile il riascolto.

E' proprio quello che mi è successo in questi ultimi giorni, relativamente a brani degli anni sessanta (e primi settanta), che conoscono ora una interessante riedizione. Li voglio segnalare, anche se forse non sono molti i lettori di queste pagine che hanno la mia veneranda età necessaria a ricordarseli. Riallacciandomi a quanto dicevo prima, penso comunque che questi classici, se non da "riscoprire" come nel mio caso, possano essere molto piacevolmente "scoperti", nella loro nuova veste, anche da chi non se li ricorda.

Shel Shapiro e i Rokes. Uno dei gruppi, allora si diceva "complessi", più meritatamente famosi in Italia all'epoca beat.
A differenza di certi cantanti, come Bobby Solo, Michele, Little Tony, che cercano, come delle mummie, di riproporsi come erano da giovani ad un pubblico di babbione e di babbioni che apprezza e foraggia l'operazione-nostalgia, Shel Shapiro non si è mummificato, è vivo e si dà molto da fare.
Sta portando nei teatri uno spettacolo, più parlato che cantato, che rivisita la sua e la nostra vita, con i testi scritti insieme ad Edmondo Berselli, intitolato "Sarà una bella società
(un verso della più famosa canzone dei Rokes, "Che colpa abbiamo noi").
Ed ha pubblicato un doppio disco, registrato dal vivo al Teatro Pavarotti (ex "Comunale") di Modena, intitolato "Acustic Circus"
: sono riproposizioni di antichi successi, dei Rokes e non solo, eseguiti con arrangiamenti puramente acustici, cioè senza chitarre od altri strumenti cosiddetti "elettrici".
Ad essere sinceri, la voce del nuovo Shapiro, aspra, graffiante, roca, un po' buttata là volutamente senza troppa attenzione alla melodia portante, non mi ha entusiasmato; ma gli arrangiamenti sì: sono davvero trascinanti e armonicamente pieni di vigore.
E così ho potuto, come dicevo, "riscoprire" il brano con cui ho intitolato questo post.
Nella sua versione inglese fu scritto da Jackie Deshannon, che apprendo ora essere stata forse la capostipite delle cantautrici americane, e che è tuttora in attività, e che vanta, fra l'altro, un brano famoso come "Bette Davis eyes". Nella versione italiana, la canzone dei Rokes porta anche la firma dello stesso Shapiro.
E penso che se fosse stata firmata da Lennon e Mc Cartney, ed eseguita dal loro "complesso", nessuno avrebbe potuto recriminare.

Allo stesso modo mi ha entusiasmato l'ascolto dei brani rivisitati dai Pooh, nel disco pubblicato in questi ultimissimi giorni, "Beat regeneration", e che sicuramente presto invaderà le radio.
Anche in questo caso gli arrangiamenti sono fatti con gusto e capacità canore ed esecutive indiscutibili, anche se molti cultori di musica, di fronte a nomi di successo come quello dei Pooh, storcono il naso, dimenticando forse l'origine dell'aggettivo "pop" (cioè "popolare"), che si può attribuire a questo genere di musica.
Ho già segnato la data del concerto dal vivo nella mia città, e conto di andare ad ascoltare, credo curiosamente per la prima volta, un gruppo sulla breccia da più di quarant'anni .

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p.s.: ho appena trovato su youtube un'esecuzione televisiva del brano dei Rokes: Sembra venire dalla preistoria, ma al di là del look e della semplicità dell'arrangiamento, può far capire la grande originalità e bellezza del brano musicale. Clicca qui.

 

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Immagini tratte dai siti:
http://www.teatrocomunalemodena.it/suonoscheda_7.html
http://www.corriere.it/spettacoli/08_gennaio_31/pooh_beat_generation_004c08f6-cfd9-11dc-894a-0003ba99c667.shtml

La Fata Leonarda

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Sul finire di un inverno molto tiepido, a causa di quella gravissima minaccia chiamata riscaldamento globale, me ne stavo sul mio taxi ad aspettare il prossimo cliente, sul far della sera.

Mi colpì fin da lontano, per la sua andatura decisa e quella specie di tunica viola che indossava.
E la vidi con un certo piacere dirigersi verso la piazzuola di sosta dove ero appena diventato il primo fra i taxi in attesa.

Anche la sua voce, profonda, un tantino autoritaria, contribuì ad incuriosirmi, se non ad affascinarmi subito:
"Allo Chalet delle Rose, per cortesia".
"Certo".

Che strana coincidenza, pensai, l'ho citato un paio di post fa sul mio blog ed ora mi ci fanno tornare, fra l'altro in un orario in cui una discoteca non può essere aperta.
Non feci in tempo a distrarmi da quel pensiero che un tuffo al cuore accompagnò la sua affermazione seguente:
"Sa, ho appena letto il racconto di una coppia di giovani modenesi, che avevano tanta voglia di sfogarsi dopo molte ore di lavoro, ed han finito per litigare violentemente dopo averlo trovato chiuso. E ho deciso di farci un sopralluogo".

Mando giù per l'emozione. Non è possibile.

Il cielo ha assunto il colore della lunga gonna della mia ospite. Quando lei riprende:
"Una volta queste vicende le apprendevo dai giornali; adesso, grazie ad internet e al mondo dei blog, mi è molto più facile svolgere la mia attività".
Per il grande rispetto che incute quella strana presenza seduta lì dietro, non le chiedo di che lavoro si tratti.

Ma lei mi anticipa:
"Sa, la mia è un'attività particolare, come dire, fra l'intimista e il sociale".
O santo cielo, ha usato proprio quella frase, il sottotitolo del mio diario telematico.

Sul chi vive, teso come una molla mentre procedo nel traffico, cerco di osservarla spesso dallo specchietto con la coda dell'occhio, e la vedo guardare fuori dal finestrino.
Poi aggiunge:
"Ormai sono meno di due settimane, alla giornata del risparmio energetico, e anch'io sa sto dando una mano al tam-tam; penso che possa farle piacere".

Mi si blocca il respiro. Non posso evitare di cercare il suo sguardo attraverso lo specchietto con un'espressione illuminata ma ancora trattenuta. E la vedo indirizzarmi un rapido mezzo sorriso complice.

Mi sento sudare freddo, ma cerco di concentrarmi sulla guida, anche perchè la mia voce è semiparalizzata.

Per molti minuti procediamo così, in un silenzio che avverto di una densità non scalfibile.

Ma, improvvisamente, è lei a spezzarlo, con la sua voce profondissima:
"Sa, apprezzo molto quando uno pubblica quello che pensa. Ad esempio, se uno cercasse il consenso come obiettivo principale, eviterebbe di scrivere che Berlusconi è la causa da molti anni del degrado italiano.
Credo di poter dare una mano a un blogger così; sa, non si direbbe, ma davvero qualche operazione a volte mi riesce. Il problema è solo che non posso intercettare i suoi desideri telematici, se non li esprime".

Quel "suoi", che potrebbe essere rivolto al soggetto della frase ma anche direttamente a me, completa l'opera. Ormai sono in balia di questa donna dai poteri magici.

E, poco prima di arrivare a destinazione, con un filo di voce, riesco a parlare, pur mantenendo un prudente anonimato:
"Ma, vede, penso che a un blogger la cosa che dispiace di più sia quando qualcuno che commentava di tanto in tanto i suoi post smette di farlo. Sa, anch'io ho un blog, e mi è successo molte volte".

Un altro suo mezzo sorriso, che intravvedo dallo specchietto, mi incoraggia a pensare e a parlare ancora:
"Però, c'è una cosa che, per quanto riguarda me, mi dispiace ancora di più.
Uno di quelli con cui ero in contatto, e quasi in amicizia, ha smesso di mandarmi commenti, e ha anche chiuso il suo blog, ma, a differenza degli altri, l'ha fatto a causa di problemi molto seri di salute. Per l'anno nuovo gli ho mandato un sms di auguri e mi ha risposto, ma ora sono restio a cercarlo ancora: da una parte so che gli farebbe piacere, dall'altra ho troppa paura di ricevere brutte notizie. E quello che mi addolora di più è che una personalità come la sua, che era molto apprezzata, amata, e spesso citata fra noi, possa sparire nell'apparente indifferenza generale", concludo soffocato da un groppo alla gola.

"Uhm, capisco...
Vediamo, vediamo...
Beh, ora concludo il mio sopralluogo qui allo Chalet delle Rose, visto che siamo arrivati, poi vediamo se posso farci qualcosa.
Mi dice quant'è?", e mi inonda con il sorriso più dolce che io abbia mai ricevuto.

"Sono sedici euro e venticinque", balbetto col cuore in subbuglio.
"Arrivederla e buon lavoro", mi dice, con un ritrovato accento autoritario nella voce, mentre apre la portiera.
"Arrivederla, grazie", bisbiglio.

 

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